Quanta autonomia sei disposto a dare?

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Recentemente ho visto su Netflix il film dal titolo True Spirit, film che racconta la vera storia di Jessica Watson, una giovane velista australiana che nel 2010, all’età di soli 16 anni, ha completato in 7 mesi la circumnavigazione della terra in barca a vela in solitaria e senza assistenza durante la traversata.

Jessica quando aveva 11 anni è rimasta colpita dalla storia del giovane Jesse Martin che aveva compiuto in precedenza la stessa impresa ed ha pensato bene di imitare le sue gesta puntando così a diventare la più giovane velista ad aver superato questa incredibile sfida.

Idee chiare per sogni audaci

Ad un certo punto del film si vede la piccola bambina di 11 anni che porta ai genitori un quaderno con dentro la lista di tutte le cose che ritiene necessario fare per arrivare preparata all’impresa: corsi da superare, attrezzatura, prove tecniche da superare, … Quando ho visto la scena… BOOM… è scattato qualcosa. Mi sono chiesto, da padre, se e quanto sarei disposto a puntare in alto per permettere ai miei figli di inseguire un loro pericolosissimo sogno. Il giro del mondo in barca a vela non è come voler fare la ballerina, il calciatore, diventare fotografo o andare a X-factor, è un’impresa estremamente pericolosa durante la quale non sai cosa potrà succederti e dovrai necessariamente applicare ispezione e adattamento così come insegna l’empirismo delle pratiche agili. Il fatto è che sei una bambina di 16 anni e potresti mancare di esperienza, forza fisica o altre abilità che magari in quel momento non hai ancora sviluppato per ovvi motivi anagrafici. Jessica però non si è fatta troppi problemi ed ha semplicemente pensato che se Jesse Martin c’era riuscito allora non era un’impresa impossibile. La domanda però mi è rimasta in mente: da padre, avrei accettato questa enorme sfida? Lascerei questo livello di autonomia nel decidere e mi fiderei così tanto delle capacità di uno dei miei figli?

La sfida per i manager dell’azienda

La risposta alla domanda precedente ci interessa meno ma è più interessante l’analogia che possiamo fare pensando alle trasformazioni agili di cui tanto si parla in azienda: come fa un executive manager, che è un padre dell’azienda, a fidarsi di ciò che dicono magari i collaboratori più motivati e a dare estrema fiducia quando la sua controparte è quella di mettere in discussione le persone, i processi e l’intera azienda per inseguire un’idea di miglioramento?

Il tipo di sfida che viene proposta al manager ha, dal suo punto di vista, la stessa pericolosità del viaggio in barca a vela di Jessica perché c’è troppo da mettere in discussione, troppe incognite e magari alcuni scenari non sono nemmeno prevedibili a priori. Quanta fiducia e autonomia si può dare alle persone senza rischiare di sentirsi nudi e non all’altezza della situazione?

Il manager, così come il padre di Jessica, non ha mai navigato fuori dalla costa e non conosce i rischi reali dell’oceano aperto, può solo immaginarli e lo fa sulla base dei racconti che sente riguardo all’agile, all’agilità e a tutti ciò che gira intorno a questo mondo. Racconti che quindi devono essere più alla sua portata e raccontare di mondi possibili rispetto al suo immaginario e la sua narrazione e non mondi ideali fatti di cerimonie, framework, scaling e altre cose del genere.

In qualche modo l’agile sta seppellendo l’agile perché vedo sempre di più incontri frequenti tra agilisti convinti contrapposti a lunghi periodi di negoziazione all’interno delle aziende per provare solo a intaccare la superfice di quel command and control che tanto apprezziamo inconsciamente e che è figlio della rivoluzione industriale del secolo scorso.

La sfida per portare l’agile in azienda

Come fare allora a narrare i benefici di questo cambiamento, della trasformazione agile, e aiutare i manager a comprendere che vale la pena imbarcarsi in questo tipo di avventura? Secondo me serve aiutarli a trovare la risposta alla prima domanda: tu come padre, quanta fiducia e autonomia saresti disposto a dare ad uno dei tuoi figli per fargli inseguire un sogno che non comprendi fino in fondo? Quali parole vorresti sentire per lasciare le persone libere di sperimentare puntando al bene comune che è il miglioramento dell’azienda? Cosa ti servirebbe comprendere per sentirti più sicuro nel lasciare le rive del tuo porto tranquillo?

Siccome non è facile trovare risposta a queste domande, si punta al dialogo tra le parti, si esce dalle stanze chiuse dei bottoni e si prova a mettere insieme rischi e opportunità confrontandosi a vari livelli e non solo tra pari. La sfida è complicata per tutti ma sta a noi creare il giusto contesto affinché le opportunità si trasformino in miglioramenti concreti per noi e per l’azienda.

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Sono Luca Cianci e ti aiuto a costruire Team Che Funzionano Davvero utilizzando il coaching e la facilitazione.

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