Nel suo libro “Il gioco interiore del tennis”, l’autore Timothy Gallwey mette in evidenza una situazione tipica attraverso la quale tutti noi siamo passati sicuramente più volte specie da bambini: provare a fare qualcosa per poi scoprire di aver sbagliato. Da piccoli la paura del giudizio degli altri è più accentuata e non vogliamo accettare la possibilità di sbagliare o di non essere all’altezza del compito. Da piccoli non comprendiamo che in certi casi è sufficiente esercitarsi e migliorare per riuscire ad andare oltre ma il grosso problema è che spesso questo fenomeno continua ad accadere anche da adulti.
Io che parlo con me stesso
La situazione che Gallwey presenta è quella in cui, quando ti stai cimentando in un’attività fisica (o di concetto) ti ritrovi a parlare con te stesso. Lui, riferendosi al giocatore di tennis, dice:
“Sono io che parlo con me stesso”.
Ma chi è questo “io” e chi è “me stesso”?
Ovviamente, “io” e “me stesso” sono entità separate, altrimenti non ci sarebbe conversazione.
Possiamo pertanto dire che in ogni giocatore ci sono due “sé”.
Uno, “io”, dà le indicazioni; l’altro, “me stesso”, mette in pratica l’azione. Poi “io” valuta l’azione.
Tutto il libro sviluppa questo concetto semplice ma devastante nella sua semplicità: distinguiamo “chi parla” da “chi fa”.
Pensaci bene. Quando ti trovi a svolgere un compito, specie se nuovo, cominci a pensare a come farlo, a cosa stai facendo, se lo stai facendo veramente bene, a cosa penseranno gli altri quando lo avrai fatto e in tutto questo c’è la vocina interna che ti da istruzioni e ti dice cosa sarebbe meglio fare e come farlo.
Chi parla e chi agisce
Intanto che la vocina ti parla, tu stai provando a seguire queste indicazioni e tipicamente farai degli errori. Non appena l’errore si manifesta, l’io che parla ha la pretesa di buttarti giù e si manifesta con critiche tipo “ecco ho fatto un disastro” oppure con faccine strane e altre cose tipiche che sicuramente avrai sperimentato nelle situazioni che hai vissuto personalmente. Nel frattempo il sé che agisce si sente avvilito e frustrato perché in effetti si è reso conto dell’errore e subisce il giudizio dell’io parlante che comincia a questo punto a prospettarti anche gli scenari di fallimento legati al giudizio di chi vedrà dall’esterno la tua incapacità a fare.
L’io parlante è molto bravo a farti sentire fuori luogo e inadatto al compito e più lo ascolti e peggio sarà per il compito stesso. Maggiore attenzione darai alle sulle pseudo-indicazioni e peggiore sarà il risultato ottenuto.
Se penso a quando ero piccolo
Personalmente non sono mai stato un amante degli sport e questo risultava evidente a scuola in tutte le attività che venivano proposte nelle diverse ore di educazione fisica: pallavolo, un disastro. Salto in alto, complicato. Corsa di resistenza, faticosa. Queste scene mi sono immediatamente tornate alla mente quando ho letto questo libro perché in effetti ricordo esattamente ancora oggi alcune di quelle situazioni: il mio senso di inadeguatezza, le faccette strane che facevo quando non riuscivo a tirare la palla oltre la rete del campo, quella vocina interiore che mi buttava giù ad ogni nuovo tentativo e il continuo paragonarmi a chi invece riusciva con naturalezza a fare determinate cose.
Se qualcuno all’epoca mi avesse spiegato meglio la questione di “io che parlo con me stesso” probabilmente avrei vissuto la mia gioventù in maniera differente ma su questo non possiamo più farci molto: vale per me e anche per te. Possiamo però impegnarci affinché oggi il messaggio e il supporto arrivino forti e chiari in altri contesti sotto il nostro controllo a partire dalla famiglia, il gruppo di amici e naturalmente l’azienda e i colleghi.
Il contesto aziendale
Una buona domanda a questo punto potrebbe essere “Come funziona nelle aziende questa storia dell’errore, dei tentativi, dell’autocritica e del sentirsi all’altezza?” La mia personale esperienza mi dice che spesso le persone vengono lanciate sui nuovi progetti con la speranza che siano già in grado di svolgere tutto ciò che è necessario per portare a casa il risultato e, se proprio devono, impareranno per strada. Il progetto ti viene venduto come “una nuova sfida” o “un percorso di crescita” e in tutto questo il tuo io che parla si carica a molla pronto a sfoderare il meglio di sé. Se non impari come metterlo rapidamente a tacere, il destino del tuo nuovo progetto è già segnato.
Ecco perché in questi anni ho abbracciato le pratiche del coaching e della facilitazione, perché occorre creare sempre di più dei momenti all’interno dei quali le persone possano avere la possibilità di lavorare su sé stesse e puntare a far bene mettendo a tacere l’io che parla e occupandosi solo del sé che agisce. Ovviamente potrà succedere che il sé non è in grado di agire per mancanza di competenze, dovuta magari alla poca esperienza della persona, ma questo non può ritorcersi contro la persona stessa che dobbiamo piuttosto aiutare a migliorare, crescere e confrontarsi con il gruppo.
In conclusione
Nel caso degli sport, il messaggio di Gallwey è quello di mettere a tacere l’io giudicante e lasciare che il sé agente possa imparare in maniera naturale semplicemente osservando e mettendosi alla prova allenandosi con impegno. Questo può valere meno per le attività di concetto dei moderni knowledge workers tuttavia in ognuno di noi c’è sempre un io parlante convinto di sapere tutto e molto aperto a critiche e rimproveri; il suggerimento è quello di concentrarsi sul trovare la nostra strada verso l’azione, accettando di poter sbagliare e ascoltando i diversi messaggi del nostro corpo per capire da soli come correggere la rotta magari osservando con umiltà chi sa già fare meglio di noi.

