Hai presente quando acceleri e la tua auto non riesce a prendere velocità? come se avesse un freno a mano tirato o una zavorra molto pesante da trasportare?
Spesso, in un team, quel freno non è un problema tecnico o di strategia, ma una convinzione limitante di una o più persone. Queste convinzioni, radicate nella nostra mente, ci dicono che non siamo abbastanza, che falliremo e bla bla bla (per approfondire leggi: Chi parla e chi agisce: silenziare la voce interiore per migliorare ogni giorno)
Le persone che hanno queste convinzioni limitanti possono sentirsi paralizzate e incapaci di agire; questo di per sé è già un problema da risolvere e sul quale lavorare ma il vero e più grosso problema riguarda il Team, perché l’inerzia dei singoli si propaga all’intero gruppo, trasformandolo in una struttura lenta e incapace di reagire al bisogno alle tante circostanze che si presentano nella vita di tutti i giorni.
Il singolo che diventa un peso
Un team è un sistema interconnesso: l’atteggiamento e le azioni di ogni membro influenzano tutti gli altri. Quando un individuo è prigioniero di convinzioni limitanti, si manifestano comportamenti che minano la produttività e la coesione. Vediamo i comportamenti più comuni con i quali è facile scontrarsi:
- La paura di sbagliare: Chi è convinto di non essere all’altezza non si assume rischi, non propone idee innovative e non prende l’iniziativa. Questo non solo blocca la sua crescita, ma toglie al Team la possibilità di esplorare nuove soluzioni. (per approfondire leggi: Non tutti gli errori hanno lo stesso peso)
- La resistenza al cambiamento: “Si è sempre fatto così” è la frase di chi crede che ogni novità sia una minaccia. Questo approccio impedisce al team di adattarsi, di imparare dai propri errori e di evolvere. Mi torna spesso in mente un collega, che resisteva a tutto per definizione. Argomentava per portare l’acqua al suo mulino e malgrado le decisioni fossero anche già prese, era sempre necessario esplorare i pro e i contro di ogni situazione.
- Il “non ce la faremo mai”: Il pessimismo cronico è contagioso. Un membro che non crede nel successo di un progetto diffonde un’energia negativa che può demotivare l’intero gruppo. Anziché essere una risorsa, diventa una fonte costante di dubbio e frustrazione e quel che è peggio, il Team tende poi ad isolarlo per “non perdere tempo” con le sue obiezioni.
Se il Team non è abbastanza maturo da poter gestire in autonomia queste situazioni, tutti rischiano di arenarsi, cadere nel lamento e ritrovarsi a fare chiacchiere da corridoio senza mai arrivare alla risoluzione dei problemi reali.
Come riconoscere le convinzioni limitanti nel tuo Team
Le convinzioni limitanti non sono sempre evidenti. Spesso si nascondono dietro frasi apparentemente innocue o comportamenti passivi. In tal senso ecco qualche spunto:
- Mancanza di partecipazione attiva: Se un membro del tuo team non contribuisce alle discussioni o accetta passivamente ogni decisione, potrebbe non sentirsi abbastanza sicuro per esprimere la propria opinione. In tal senso potresti lavorare sul clima generale per aumentare la sicurezza psicologica (per approfondire leggi: La sicurezza psicologica, questa sconosciuta) oppure lavorare individualmente con la persona per aiutarla a comprendere meglio il perché del suo comportamento.
- Critiche eccessive o giustificazioni continue: Chi ha paura del fallimento spesso critica in anticipo le idee altrui o si giustifica in continuazione per non aver raggiunto un obiettivo. Anche in questo caso può essere utile lavorare individualmente con la persona e parallelamente portare in evidenza l’argomento all’interno di uno o più incontri periodici di retrospettiva del Team.
- Mancanza di entusiasmo: Un team apatico, in cui nessuno sembra motivato a raggiungere i risultati, potrebbe essere bloccato da un senso generale di sfiducia. In tal senso serve capire quanto è grave il problema e se si può lavorare introducendo un minimo di autonomia sulle decisioni più operative così da aumentare la fiducia e portare il Team a comprendere che hanno spazio di manovra e possono essere responsabili per le proprie azioni.
Aiutare il singolo e il team a evolvere: chi lo fa?
Se racconti di essere un leader non dovresti limitarti a identificare il problema e lamentartene ma dovresti essere parte della soluzione: ecco perché ti ho già proposto alcune azioni concrete per lavorare su ciascun aspetto. Ecco qui un paio di altri spunti:
- Aiuta le persone facendo domande e non dando risposte. Evita l’ormai triste e classico “Tu cosa proponi?” che diventa una domanda giudicante, con troppe aspettative e che mette facilmente sulla difensiva. Prova qualcosa tipo “Cosa pensi che ci impedisca di provare questa nuova strada?” oppure “Cosa non ti convince di questa situazione?” o ancora “Cosa faresti di diverso?”. Lascia tempo e spazio per la domanda… questo è coaching ed è uno degli strumenti più efficaci che potrai mai utilizzare per aiutare le persone a crescere e migliorare.
- Crea un ambiente di lavoro in cui l’errore non è una colpa, ma un’opportunità di apprendimento.
- Fai vedere che i progressi sono possibili e che anche i piccoli passi contano. Celebra ogni piccolo traguardo, anche se sembra insignificante. Questo rafforza l’autostima e dimostra che il cambiamento è alla portata di tutti.
In chiusura
Potrei continuare parlandoti di feedback, affiancamento e altri elementi utili al miglioramento ma preferisco chiudere rilanciando sul fatto che un team è più forte della somma delle sue parti e sta a te comprenderne la forza e aiutare tutti a prendere in mano le redini del proprio lavoro. In questi giorno abbiamo avuto l’ennesimo esempio lampante ad opera di Julio Velasco che ha portato la nazionale femminile di pallavolo alla vittoria del campionato mondiale. Lui ha detto tante cose, ma una, a mio avviso molto bella, fa più o meno così: non sono io a dover conoscere la pallavolo, sono loro che la devono conoscere e agire di conseguenza portando in campo il miglior gioco che riescono a fare in base alle circostanze.

