Siamo convinti che le cose seguano sempre una traiettoria lineare: passato, presente e futuro. I fatti solitamente non ci danno ragione ma forse ci siamo convinti del contrario perché a scuola ci hanno spiegato che il ciclo degli esseri viventi è composto da fasi prevedibili: nascita, crescita, riproduzione e morte. All’aumentare della velocità e dell’accelerazione che stiamo subendo in questo secolo, le interdipendenze tra le cose aumentano ed è molto difficile immaginare cosa accadrà.
Il futuro, questo sconosciuto
Oggi stiamo iniziando a fare un uso massiccio dell’intelligenza artificiale e domani? Cosa accadrà?
Stiamo continuando a preferire petrolio e combustibili fossili ad altre fonti energetiche e poi?
Non si tratta di diventare veggenti e imparare ad usare la sfera di cristallo per prevedere il futuro. Quello che serve è riuscire ad immaginare nuove possibilità. Imparare a leggere i segnali deboli, solitamente già presenti, che ci aiutano a capire che tipo di scenario si sta delineando. Il problema del segnale debole è che quando ti accorgi che c’è, e scegli di farlo notare, viene visto spesso come paura, scarsa volontà di collaborare, lamentela o altro ancora. Ne ho parlato in questo articolo dal titolo “L’importanza di dare il giusto peso alle spie di emergenza“.
Leggere i segnali deboli
Leggere i segnali deboli richiede una buona dose di coraggio. Spesso preferiamo fallire seguendo il piano lineare del gruppo piuttosto che avere ragione da soli segnalando un’anomalia. Il segnale debole è scomodo perché rompe l’armonia apparente del team e richiede di mettere in discussione ciò che pensiamo essere giusto, normale o corretto. Spesso è l’unica strada che ci aiuta a salvare un progetto.
Esistono tanti acronimi che possono aiutare a descrivere questi scenari: VUCA, BANI, ma se seguiamo le mode, già questi sono modelli superati (qui ho scritto qualcosa in passato su VUCA “I militari, l’azienda e le decisioni istantanee“). Il tema vero non sono gli acronimi che scegliamo di usare ma cosa scegliamo di fare per riuscire a restare in pista malgrado tutto. Se ci limitiamo al pensiero lineare, rischiamo di concentrarci sempre e solo sugli elementi che riteniamo più importanti e rischiamo di perdere opportunità e futuri possibili.
Allenarsi alla complessità
Il titolo del paragrafo si ispira all’omonimo libro di Alessandro Cravera, che consiglio di leggere per prendere maggiore dimestichezza con la complessità e comprendere meglio alcune tipiche situazioni in cui ci andiamo solitamente a cacciare. La complessità non si governa, possiamo solo imparare a starci dentro, restando a nostro agio con l’incertezza.
La complessità porta in dote la “non linearità” e questa determina azioni, reazioni e retroazioni che si propagano nel tempo e che spesso non siamo in grado di immaginare. Questo è uno dei passaggi che più mi piace: stare a proprio agio con l’incertezza significa prendersi il tempo di immaginare gli scenari possibili così da non stupirsi quando questi si manifesteranno. In ogni momento siamo chiamati a scegliere di fare o non fare qualcosa. In ogni caso ci saranno delle conseguenze. L’importante è scegliere con la consapevolezza di cosa potrà comportare la nostra scelta ed essere sereni in tal senso.
I progetti in azienda sono sempre complessi
Immagina un tuo progetto, quello a cui hai appena finito di lavorare o quello a cui hai lavorato tre anni fa. Ogni volta che ci siamo stupiti di qualcosa, significa che non siamo stati abbastanza in gamba da ragionare su ciò che stava accadendo e sarebbe potuto succedere. Non siamo stati in grado di leggere i segnali deboli. Siamo caduti vittime del pensiero lineare: faccio così, il cliente si comporterà in questo modo, succederà questo. Peccato però che in tutti i contesti dove abbiamo a che fare con le persone, le relazioni diventano uno degli elementi chiave della complessità. Ecco allora che imparare ad immaginare il futuro può aiutarci ad accoglierlo con maggiore lucidità e può aiutarci a dare un senso al presente; in certi casi stravolgendolo e prendendo decisioni apparentemente non logiche (se guidati dal solo pensiero lineare).
Allenarsi alla complessità significa anche imparare a fermarsi e fare retrospettiva, delle nostre scelte e delle nostre azioni, per provare a identificare quei segnali deboli che sono sfuggiti e che magari ci avrebbero aiutato a creare scenari differenti e più efficaci per i nostri obiettivi.
E quindi?
E quindi, serve imparare a prendersi un po’ di tempo per osservare e comprendere. Imparare ad ascoltare la voce di tutte le persone che ci stanno intorno, di chi lavora a stretto contatto con i problemi e riesce a immaginare situazioni che noi non siamo in grado di vedere. Non dobbiamo vederli come portatori di sfortuna demotivati ma come persone che vogliono far bene e lavorare in un contesto che possa ridurre ansia e stress. Impariamo a costruire Team Che Funzionano Davvero anche dando spazio ai segnali deboli che troppo spesso vengono trascurati in nome delle scadenze e del fatturato.
Ti lascio con la classica storia del Titanic.
Non possiamo prevedere dove sarà l’iceberg, ma possiamo smettere di comportarci come se la nostra nave fosse indistruttibile. Guardare al futuro significa progettare un meccanismo di salvataggio fatto di flessibilità, ascolto e capacità di cambiare rotta in corsa e con i giusti tempi di manovra. Tu, oggi, stai provando a costruire quel meccanismo o stai solo sperando che l’oceano sia calmo illudendoti che la tua nave sia inaffondabile?
Prevedere gli scenari possibili può aiutarci a capire come orientare le nostre azioni in un momento in cui possiamo ancora permettercelo. Se abbiamo la pretesa di manovrare sempre e comunque la nostra nave come fosse un veloce motoscafo, allora, forse, hai dimenticato come è andata a finire con il Titanic.


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